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| Oliver Twist di Roman Polanski |
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| Scritto da Laura Orsi | |
| martedì 31 gennaio 2006 | |
Oliver Twist di Roman Polanski (2005, Gran Bretagna-Francia-Italia-Repubblica Ceca) tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens Interpreti: Barnie Clark (Oliver) Ben Kingsley (Fagin) Jeremy Swift (il Signor Bumble) Michael Heath (il Signor Sowerberry). Edward Hardwick (il Signor Brownlow) Leanne Rowe (Nancy) Jamie Foreman (Bill Sykes) Harry Eden (“il Malandrino”) Alun Armstrong (il magistrato Fang) Mark Strong (Toby Crackit) Sceneggiatura di Ronald Harwood. Musica originale di Rachel Portman. Melodrammatica e umoristica epopea della Londra agli albori dell’età vittoriana, la Londra sulfurea della rivoluzione industriale, Oliver Twist è la seconda opera e il secondo capolavoro di Charles Dickens. Scritto sull’onda del successo, non immediato ma immenso, degli Sketches by Boz, ovvero The Pickwick Papers (Il circolo Pickwick), Oliver Twist fu pubblicato, a puntate, tra il 1837 e il 1838. Quando cominciò a lavorarci, Dickens (ancora “Boz”) aveva sì e no venticinque anni ma una personalità già ben delineata, volitiva e passionale, segnata ma non avvilita dagli eventi traumatici dell’infanzia, a dir poco difficile pur se non eccezionale, nell’Inghilterra del tempo (l’imprigionamento del padre, per debiti; l’esperienza dello sfruttamento in una fabbrica di lucido da scarpe). Poco prima, Dickens aveva lasciato il posto di cronista parlamentare presso il Morning Chronicle, per cui lavorava dal 1834, per potersi dedicare a tempo pieno all’attività di scrittore professionista. Il Poor Law Amendement Act, comunemente detto “the Poor Law”, la crudele “legge per i poveri” – approvata senza troppi dibattiti nel 1834 – da tre anni mieteva le desiderate vittime nelle “workhouse”, le “case di lavoro” approdo di piccoli orfani e miserabili di ogni età, a cui si giungeva moribondi o in cui si sperava di morire più di quanto non si lavorasse. Sotto la spinta delle ancor vicine, o recenti, esperienze di vita e di lavoro, Dickens crea un bambino dal nome dolce e imprevedibile: quasi, suo malgrado, minaccioso. Twist significa, infatti, “torsione”, “torcimento”, “contorsione”, “avvitata”, “filo”, “tendenza”, ma anche, dulcis in fundo, “sviluppo imprevisto”, “svolta sorprendente”, mentre il verbo to twist copre l’intera gamma semantica dell’“avvolgere”: “attorcere”, “attorcigliare”, perfino “ingannare”. Non è un caso che Oliver si trovi ad essere, suo malgrado, il protagonista della trama filata e attorcigliata intorno a sé dai sinistri “antagonisti”: primo fra tutti il ricettatore Fagin (la cui fisionomia, che ricorda i più diffusi stereotipi antisemiti, è stata sin troppo sfruttata, sul modello di quella disegnata, più che da Dickens, dal primo illustratore del romanzo, George Cruikshank). Oliver Twist ha il respiro profondo del grande romanzo. Un respiro che a un certo punto si fa affannoso e febbricitante, perché nella pubblicazione seriale l’autore non ha “tutto” il tempo di sublimare i propri drammi. Il che, lungi dall’aver messo in pericolo il romanzo, come è stato più volte asserito, lo rende vibrante e ancor più reale – del resto la pubblicazione seriale fu, in questo come negli altri casi, una scelta dello stesso Dickens, scelta che ben si confaceva al suo versatile ingegno. Polanski si è vantato di aver seguito Dickens alla lettera e di aver evitato gli effetti speciali, e qualche critico ha elogiato la Londra ricostruita nel film. Ad altri l’Oliver Twist di Polanski e Ronald Harwood è parso un adattamento inadeguato e, ciò che veramente conta, non emozionante, del romanzo di Dickens. Non sono sicura di aver visto The Adventures of Oliver Twist di David Lean, del ’47, con Alec Guinness nel ruolo di Fagin (presto potremo vederlo, o rivederlo, in DVD), ma ricordo di essermi commossa guardando Great Expectations, il primo film “dickensiano” di Lean. Avevo letto il romanzo, mi era piaciuto molto, tanto da non volermi perdere il film, in uno dei pochi cinema d’essai che resistevano a Manhattan alla fine degli anni ’80. Quando ho visto Oliver Twist di Polanski, all’inizio di ottobre, ancora non avevo letto il romanzo, ma se già non avessi letto, di Dickens, abbastanza da considerarlo un maestro assoluto, di vita non meno che di letteratura, non mi sarebbe venuta voglia di andare a tirar fuori Oliver Twist dallo scaffale su cui giaceva da tanti anni. (E quando l’ho rivisto, pochi giorni fa, il film di Polanski, mi sono consolata al pensiero di aver letto, nel frattempo, il romanzo.) I primi quindici minuti circa hanno un buon ritmo e la storia è avvincente: siamo in una campagna che potrebbe essere quella inglese di primo Ottocento, in un ambiente in cui gli adulti sono o crudeli tutori della legge o incoscienti esecutori di malvagità (il becchino Sowerberry, interpretato con finezza da Michael Heath). La posizione obliqua della cinepresa in molte scene comunica un senso di distorsione, di mondo sottosopra. Ma con il passaggio della scena in città il film perde energia, sin dal mancato arrivo di Oliver, che all’improvviso troviamo seduto, con i piedi sanguinanti, su un gradino, in un mercato che dobbiamo immaginare urbano. Qualche scorcio di via urbana non basta a farci immergere nella metropoli più affollata, ricca e misera d’Europa. Manca la lunga parte centrale delle avventure di Oliver: circa un quarto del testo originale: 110 pagine su 450 nella fitta edizione Penguin (e 14 capitoli, dal 22 al 35, su 53). Sparito il gruppo più numeroso dei personaggi buoni: la cara signora Maylie e la sua figlia adottiva, la soave Rose Maylie, su cui Dickens proietta tanto di sé. Sparito il bislacco e impulsivo, ma costante e perspicace, dottor Losberne. Sparito il ritratto di giovane donna appeso a una parete di casa Brownlow: la “copia vivente” di Oliver, la cui vista, alla fine del capitolo 12, fa svenire Oliver (e la cui identità si chiarirà, in un twist romanzesco, verso la fine dell’opera). Ma soprattutto mancano del tutto tanti grandi temi del romanzo: a partire dalla cattiveria conturbante e quasi accattivante di Fagin, che l’interpretazione di Ben Kingsley riduce a macchietta. Last but not least, manca il perfido Monks, il figlio legittimo del padre di Oliver, il burattinaio malvagio dietro le quinte, ai cui fili sono appesi fino alla fine buoni e cattivi. Resta, invece, priva di contesto, la ferocia di Sykes (Jamie Foreman). L’uccisione di Nancy (Leanne Rowe), che nel romanzo è intrisa di suggestioni shakespeariane, non ha se non la forza della mano di Sykes e il colore del sangue che schizza e scorre giù per le scale per qualche secondo. La stessa fame, con cui i lettori di Oliver Twist si confrontano costantemente, non pare un problema così grave, nel film di Polanski. (Ma sarà stato così soffice e moderno, il pane ai tempi di Dickens, come quello che si vede più di una volta nel film, e così rotonde e sode le forme di formaggio?) L’eliminazione della bontà e della cattiveria porta a una mistificazione della trama che non emoziona e non convince: il “piano” (lo “scheme”) al centro del romanzo e alla base della motivazione di Fagin (piano che si delinea poco a poco, nel romanzo) viene eliminato. Al suo posto resta solo la prima (e ultima) uscita di Oliver in veste di aiuto scassinatore: uscita diretta, nel romanzo, provvidenzialmente, contro la casa della Signora Maylie – con la conseguenza che a meno di metà romanzo Oliver, pur ferito, ha trovato il miglior rifugio che si sarebbe potuto trovare in tutta Londra –; diretta, invece, nel film, perversamente ma senza che se ne dia la benché minima preparazione, emozionale o logistica, contro la casa del Signor Brownlow (l’autore del primo salvataggio di Oliver, al quale però Oliver era stato poi rapito da Nancy per assecondare Fagin e Sykes). Per accentuare il dramma, nel film Oliver viene ferito, nella sparatoria che segue l’irruzione forzata nella casa del Signor Brownlow, e riportato via, sanguinante, da Sykes. Il gran finale è così assicurato: Sykes che trascina il piccolo per i tetti di Londra in fuga dalla folla che si sta assembrando fuori (una replica pallidissima della folla oceanica, londinese, che nel romanzo cresce di minuto in minuto fuori della stamberga dove ha trovato rifugio Sykes, assordando e terrorizzando l’assassino e i suoi ex complici). A soffrire di più della mancanza di una struttura solida sono gli attori, Barney Clark in testa. Se si paragona l’Oliver di Polanski al Bruno di Ladri di biciclette – che il film esplicitamente richiama nella scena dell’inseguimento di Oliver, dopo il furto compiuto dai “suoi” complici – viene da pensare che il piccolo Barney Clark avrebbe potuto fare molto meglio, se diretto con più chiarezza. Ma anche l’altro bambino, l’Artful Dodger (“il Malandrino” della versione italiana), è giusto abbozzato. I personaggi più riusciti, Nancy e Sykes, danno l’impressione di muoversi su un terreno mal sicuro, mentre i personaggi che (fatti salvi gli assenti) sembrano i più felici sono i personaggi minori: l’ufficiale della workhouse Signor Bumble (Jeremy Swift), il magistrato Fang (“zanna”/“dente di serpente velenoso”) (Alun Armstrong), Toby Crackit (Mark Strong). Da un professionista del brivido e dell’angoscia quale Polanski ha dimostrato di saper essere (si pensi a Frantic) ci si aspettava di più, considerando anche solo che il testo di partenza è un “murderous melodrama”, come Dickens stesso ebbe a definire Oliver Twist: un “melodramma con delitto”, o meglio “pieno di delitti” (oltre che un classico). Perché compie un delitto non solo un governo che legifera contro i poveri, per farli morire di stenti il prima possibile, e chi uccide brutalmente una povera ragazza, ma anche chi non sa proteggere la creatura che ama e che merita di essere amata. Questo è il vero rischio che l’innocente, inerme e amorevole Oliver corre per buona parte del romanzo, e ciò su cui si condensa la suspense. Rischio tanto più grave in quanto Oliver ne è totalmente inconsapevole. Oliver è degno di essere protetto in quanto povero orfanello in uno stato che cerca di sopprimere i poveri – in quanto, cioè, vittima di forze impari e inique. Ma è anche degno di essere amato da chi apprezza la sua bontà e la sua amorevolezza e lo ama in quanto creatura buona e amorevole. In un mondo pervaso dalla crudeltà e dall’indifferenza, i buoni non possono passare il tempo leggendo libri o giocando a scacchi, come fa il Signor Brownlow all’inizio della storia, ma devono fare del proprio meglio, sembra sussurrarci Dickens, perché la loro bontà non resti lettera morta. I cattivi possono non volersi redimere (ben lo dimostrano Sykes e Monks), ma l’innocenza e l’amore devono essere protetti – perché costituzionalmente deboli, si potrebbe aggiungere. Tutto ciò manca, nell’Oliver Twist di Polanski, e il dubbio che a sparare il colpo che ferisce Oliver sia stato il Signor Brownlow, non basta a conferire al film l’ombra dell’ambiguità, dell’ironia e dell’energia morale che caratterizzano il romanzo di Dickens. Laura Orsi Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo 15 gennaio 2006 |
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