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Ritratto (letterario) della Cina: lo scrittore Mo Yan
| Ritratto (letterario) della Cina: lo scrittore Mo Yan |
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| Scritto da Stefano Termanini | |
| lunedì 21 febbraio 2005 | |
“La società è cambiata ed è diventata meno crudele rispetto al passato”, ha detto Mo Yan, lo scrittore cinese che si è aggiudicato il premio internazionale Nonino di quest’anno, assegnatogli a Percoto, presso Udine, lo scorso 29 gennaio. Lui, scrittore cinese tra i più famosi e affermati, tradotto in Italia da Einaudi, ha in mente il paesaggio della Cina settentrionale, luoghi in cui la terra non è generosa e bisogna lavorare senza tregua soltanto per sopravvivere. Fino a qualche anno fa gli inverni temibili del nord della Cina lasciavano dietro di sé numerosi morti per fame. Oggi, anche qui, il paesaggio omogeneo, relativamente poco umanizzato, di queste lande inospitali è punteggiato da macchine agricole. Uno sconto alla sofferenza; uno sconto alla fatica degli uomini. Che resta, comunque, grande. Mo Yan - molti ricorderanno il suo Sorgo rosso, la cui versione cinematografica porta la firma di Zhang Yimou - è diventato famoso raccontando le storie di gente comune. Il suo paese natale, Gaomi, ha trovato cittadinanza nelle sue pagine. “Vengo da qui – racconta Mo Yan –, da Gaomi. È il posto della mia infanzia ed è un posto terribile. Fin da ragazzo ho ascoltato le storie della gente comune e ho sentito il bisogno di scriverle”. Non si poteva fare altro per loro? Forse no. Ha modi gentili, miti, Mo Yan. Parla con lentezza e tranquillità. Non ci si aspetterebbe di trovare nelle sue pagine tanta crudeltà descrittiva, tanta fisicità, umana e animale, capace di irrompere, sulla scena dei suoi romanzi, nella misura della vita e in quella della morte. Tanta – in altre parole – ferocia. Nato nel 1955, nel 1976, entrò nell’esercito cinese. In quegli anni c’era poco da fare, ma l’esercito offriva la via di una carriera sicura. Era – anche – una protezione: all’ombra dell’esercito si poteva coltivare la propria vocazione artistica. Ragion per cui i ranghi dell’esercito cinese si popolarono di artisti: scrittori, musicisti, poeti, persone che non erano riuscite a trasformare in professione il loro amore per la cultura e per l’arte. Gli anni Ottanta, in Cina, furono un momento di straordinaria trasformazione. Tutto cambiava. La società si apriva all’Occidente, crescevano le possibilità commerciali. Molti divennero scrittori soltanto perché avevano qualcosa da raccontare. “Ma loro – commenta Mo Yan – avevano soltanto una o due storie da raccontare e, quando le ebbero raccontate, non ebbero più niente da scrivere. Per me è diverso. Per me non esiste altro che la scrittura”. Quali sono i suoi temi? Alla fine, al fondo della produzione di Mo Yan, c’è un solo tema: “quello della vita e della morte, della tragedia intrinseca a entrambe, e del loro lato a volte ironico, spesso grottesco, sempre immenso” (Ilaria Maria Sala, Domenica, “Sole 24 Ore”, 16.1.2005). In Italia Mo Yan, che ha scritto 14 voluminosi romanzi e numerosi racconti e articoli, è molto apprezzato. Maria Rita Masci, consulente Einaudi per la letteratura cinese, dichiara che “la fluidità di linguaggio e la ricchezza di immagini possedute da Mo Yan sono rarissime e pari forse soltanto a quelle del grande Yu Hua”. |
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