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Stephen Glass. L'inventore di favole PDF Stampa E-mail
Scritto da Mara Ferrando   
venerdì 27 ottobre 2006

Il nome Stephen Glass alla maggior parte di noi italiani non dice nulla, almeno a quanti non hanno visto il film intitolato “L’inventore di favole”. Lo conosceranno anche quanti avranno letto il suo libro, diventato in breve un best-seller, “The fabulist”, scritto da Stephen quando ormai era evidente che il suo talento lo portava ad essere romanziere più di quanto non fosse giornalista . Stephen Glass sconvolse il giornalismo americano degli anni novanta con uno scandalo che ha dell’incredibile.
Il brillante editor ventiquattrenne del New Magazine, una delle maggiori testate americane, la rivista che il presidente degli Stati Uniti preferisce leggere sull’Air Force One, per intenderci, prese in giro colleghi, direttore, editore e lettori inventando gli articoli di punta del giornale.
 

Avere fantasia è di certo una qualità che aiuta nella vita come nella professione ma non in quella del giornalista, non quando prende il sopravvento sui fatti e, invece di essere spunto creativo per una scrittura dai riferimenti inconsueti e mai noiosa, diventa la “fonte”.
Quelle del giovane Stephen erano le inchieste più eclatanti del giornale: ad ogni riunione di redazione gli argomenti proposti dai colleghi, decisamente meno originali, erano messi in ombra dagli scoop di Stephen. Il primo che il film ci mostra è quello su una convention dei giovani repubblicani che assume i toni di un festino a base di sesso e alcool, binomio che provoca sempre un fremito alle radici puritane degli americani. Ma il più clamoroso, quello che fece sì che il giornalista venisse scoperto fu su un fenomeno nascente proprio in quegli anni... gli hackers. L’articolo raccontava di un geniale ragazzino appassionato di computer che riesce a violare i sistemi di sicurezza di una grande società informatica tenendola in scacco. Lo stesso Stephen viola le regole della redazione e inganna il suo direttore e i colleghi.
Il film ci immerge nell’angosciante mondo di Stephen, in precario equilibrio tra realtà e invenzione: nemmeno lui sembra più comprendere ciò che è vero. Inoltre il film, a dire il vero un po’ lento rispetto alla frenetica creazione di un giornale, tenta di farci capire quanto difficile possa essere passare tra le strette maglie dei controlli redazionali, cosa che Stephen Glass faceva sistematicamente. L’inganno, o meglio la lunga serie d’inganni, venne poi scoperto da una controinchiesta di una rivista on line, incuriosita dal fatto che la grossa azienda informatica, ai danni della quale era stata svolta l’attività dell’hacker, non avesse un sito internet, né un centralino telefonico, ma solo una banalissima e poco tecnologica segreteria telefonica.
Le verifiche per smascherare il giovane giornalista vennero svolte attraverso i motori di ricerca di internet, una fonte spesso inattendibile perché poco controllabile. Questo film rappresenta, ed è forse il suo unico merito, come internet potesse essere materia e strumento del giornalismo nei primi anni Novanta, agli inizi del fenomeno, quando la rete cominciava a essere un mondo accessibile a tutti, in una visione di certo molto ottimistica e un po’ ingenua.
 
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