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Storia e cultura

Mille e non più Mille:
le città, cuore pulsante dell'economia e della cultura

10.12.02

 

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Una delle più profonde trasformazioni che la storia medievale ricordi riguarda il passaggio dal potere signorile al potere cittadino. Si tratta, cioè, di quella compiuta modificazione del tessuto istituzionale che portò al progressivo indebolimento dei poteri signorili locali, esercitati da un’aristocrazia di mandato regale o imperiale, oppure dai comites o dai vescovi, che, in varie realtà, e anche in Italia, potevano legare a se con giuramento vassallatico nuovi sudditi, ricambiandone i servigi con benefici ecclesiastici (che sarebbero divenuti ereditari dopo il 1037 con la Constitutio de feudis dell'imperatore Corrado II). Tale indebolimento del potere signorile andò di pari passo con l’affermazione di poteri che in seguito si sarebbero detti "comunali" e che, al principio del processo di trasformazione, si definirono genericamente "cittadini". Ma quanto profonda era la frattura, la contrapposizione tra i signori (e quindi l’organizzazione del potere e del territorio che dipendeva dal castello per l’amministrazione della giustizia e l’ordinamento fiscale) e i comuni?   

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In Italia il processo di formazione dei comuni fu spesso  radicalmente diverso che in Germania e Francia. Se, infatti, Oltralpe la caratteristica più spiccata della civiltà comunale, almeno alle sue origini, fu il contrapporsi di potere aristocratico (ovvero fondiario e militare, ovvero ereditario, continuando a valere i mandati di dominio che i signori esercitavano per conto del sovrano) e borghese, in Italia anche le città subirono un processo di amalgama politico più forte e precoce. In città si erano inurbati, fin dal X secolo, a seguito di una fase di impulso economico forte, numerosi milites, membri di un’aristocrazia feudale minore o cadetti di famiglie feudali. Questi si erano abbastanza rapidamente amalgamati, stante anche una prepotente convergenza di interessi, con le classi di potere cittadino create dai legami vassallatici con l’arcivescovo o con il comes. La nuova classe di potere cittadina, che diventerà in seguito, in molti casi, una vera e propria nuova aristocrazia o, addirittura, un’oligarchia chiusa (come a Venezia), rifonde in Italia elementi della classe feudale a elementi della classe mercantile ben più di quanto non facesse in Francia e in Germania.

L’esercizio del potere sul territorio, spesso anche la qualità di tale potere, rimase quasi identica. Nonostante il cambiamento istituzionale le città "ereditarono" le forme di potere che erano state dell’aristocrazia feudale, ottenendo anche, nella maggior parte dei casi, lettere patenti o editti regali e imperiali che sancirono tale passaggio. La vita delle città era un fervore di traffici, di commerci, di attività. Verso il Mille e da lì in avanti, per tre secoli almeno, furono le città il vero cuore pulsante dell’economia europea. La comprensione più completa del processo di trasformazione (in realtà diverso da caso a caso) che condusse le città a godere di un proprio potere autonomo potrà essere aiutata dall’esame di due casi diversi e, ognuno a suo modo, emblematici: il caso milanese e quello genovese. (continua in una prossima puntata)

 

 

 

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23.12.02
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