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Una
delle più profonde trasformazioni che la storia medievale
ricordi riguarda il passaggio dal potere signorile al potere
cittadino. Si tratta, cioè, di quella compiuta modificazione
del tessuto istituzionale che portò al progressivo
indebolimento dei poteri signorili locali, esercitati da un’aristocrazia
di mandato regale o imperiale, oppure dai comites o dai
vescovi, che, in varie realtà, e anche in Italia, potevano
legare a se con giuramento vassallatico nuovi sudditi,
ricambiandone i servigi con benefici ecclesiastici (che
sarebbero divenuti ereditari dopo il 1037 con la Constitutio
de feudis dell'imperatore Corrado II). Tale indebolimento
del potere signorile andò di pari passo con l’affermazione di
poteri che in seguito si sarebbero detti "comunali" e
che, al principio del processo di trasformazione, si definirono
genericamente "cittadini". Ma quanto profonda era la
frattura, la contrapposizione tra i signori (e quindi l’organizzazione
del potere e del territorio che dipendeva dal castello per l’amministrazione
della giustizia e l’ordinamento fiscale) e i comuni? |
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In
Italia il processo di formazione dei comuni fu spesso
radicalmente diverso che in Germania e Francia. Se, infatti,
Oltralpe la caratteristica più spiccata della civiltà
comunale, almeno alle sue origini, fu il contrapporsi di potere
aristocratico (ovvero fondiario e militare, ovvero ereditario,
continuando a valere i mandati di dominio che i signori
esercitavano per conto del sovrano) e borghese, in Italia anche
le città subirono un processo di amalgama politico più forte e
precoce. In città si erano inurbati, fin dal X secolo, a
seguito di una fase di impulso economico forte, numerosi milites,
membri di un’aristocrazia feudale minore o cadetti di famiglie
feudali. Questi si erano abbastanza rapidamente amalgamati,
stante anche una prepotente convergenza di interessi, con le
classi di potere cittadino create dai legami vassallatici con l’arcivescovo
o con il comes. La nuova classe di potere cittadina, che
diventerà in seguito, in molti casi, una vera e propria nuova
aristocrazia o, addirittura, un’oligarchia chiusa (come a
Venezia), rifonde in Italia elementi della classe feudale a
elementi della classe mercantile ben più di quanto non facesse
in Francia e in Germania.
L’esercizio del potere sul territorio,
spesso anche la qualità di tale potere, rimase quasi identica.
Nonostante il cambiamento istituzionale le città
"ereditarono" le forme di potere che erano state dell’aristocrazia
feudale, ottenendo anche, nella maggior parte dei casi,
lettere patenti o editti regali e imperiali che sancirono tale
passaggio. La vita delle città era un fervore di traffici, di
commerci, di attività. Verso il Mille e da lì in avanti,
per tre secoli almeno, furono le città il vero cuore pulsante
dell’economia europea. La comprensione più completa del
processo di trasformazione (in realtà diverso da caso a caso)
che condusse le città a godere di un proprio potere autonomo
potrà essere aiutata dall’esame di due casi diversi e, ognuno
a suo modo, emblematici: il caso milanese e quello genovese. (continua
in una prossima puntata)
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