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Miniatura
raffigurante re Luigi IX,
il Santo
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Se,
girovagando per gli spazi aperti – troppo aperti – della
Camargue si arriva fino alle saline di Aigues-Mortes, c’è qui
un torre. La città è fortificata, ma le mura, aperte su troppi
fronti, interrotte da troppe porte, non sembrano edificate per
resistere agli assedi dei saraceni. Ad un capo della città,
però, c’è una torre, tozza e potente, come una fortezza. Si
vede chiaramente, basta uno sguardo, che non è della stessa
epoca delle mura, ma di molto precedente. E’ un faro. E anche
un faro. Se si ha un’ora in più, perché passare non basta
– ci si renderebbe appena conto di quanto immensamente
desolata sia la campagna con le saline sullo sfondo e i cavalli
bianco-sporco e i cani che gridano al vuoto – si entra nella
torre per vedere una statua lignea nella prima grande sala
voltata. E’ la statua di Luigi IX, re di Francia, altrimenti
noto come San Luigi, che questa città e queste mura volle, come
avamposto per partire di qui verso Oriente. Luigi IX ebbe da
sempre, fin da quando, a soli quattro anni, si ritrovò
investito della primogenitura, in seguito alla morte del
fratello, Filippo (1209-1218), l’idea della crociata.
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Il nonno
di Luigi IX, Filippo Augusto, era il celebre vincitore della
battaglia di Bouvines (27 luglio 1214), un successo che ebbe una
profonda influenza sul corso della storia francese e che sancì
l’inizio di un periodo di pace – il migliore dono che un re
possa fare al proprio popolo, scrive giustamente Le Goff. Ma chi
era Filippo Augusto per Luigi IX?
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Le Goff fa una ricostruzione
straordinaria di questo rapporto tra un nonno re e un nipote
destinato a diventarlo, tra Filippo Augusto vincitore di grandi
battaglie, celebrato quasi come un santo, e Luigi IX, che
avrebbe subito anche gravi sconfitte e che santo lo sarebbe
divenuto davvero. Tutto il libro che Le Goff ha dedicato a San
Luigi (ci sono voluti quindici anni per scrivere questo libro...
si legge nella sua densa introduzione) è straordinario. E
comincia con quello che San Luigi doveva essere, perché il
mondo attorno a lui era in una certa maniera; perché dal 1219
al 1223 Gengis Khan si era lanciato con le sue selvagge armate
verso Ovest, soggiogando i Turchi e alla sua morte, sopraggiunta
nel 1227, un impero grande come nessun altro era stato fino ad
allora, fu spartito tra i suoi quattro figli.
Dinanzi alla
minaccia mongola – in Occidente si pensava al verificarsi di
profezie bibliche: i mongoli venivano identificati in Gog e
Magog – San Luigi disse una volta che i Francesi avrebbero
resistito fino alla fine. Due cose soltanto sarebbero potute
accadere, se mai i tartari fossero giunti ai confini del suo
regno: o i Cristiani avrebbero combattuto strenuamente, così da
ricacciare i tartari da dove erano venuti, o sarebbero caduti
sotto i loro colpi e le loro anime di giusti sarebbero salite al
Cielo. Era il 1241 quando San Luigi pronunciò questa frase, che
si diffuse per il paese e, senza che lui lo avesse previsto,
rinfrancò lo spirito dei suoi sudditi. Lo riferisce un cronista
del tempo, il benedettino Matteo Paris. La storia avrebbe preso
altri corsi.
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(13.7.02)
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