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Interno
della chiesa millenaria di S. Maria in valle Christi, presso Rapallo
(Ge) Vestigia
di presenze cistercensi
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Barbari
lo erano entrambi. I Merovingi e i Carolingi. Era quello il
tempo in cui essere barbari significava innanzi tutto parlare
una lingua incomprensibile – evidentemente era una parola che
nasceva dall’interno della romanità e che si volgeva all’esterno,
indicando quanto fosse minaccioso ed estraneo. Già i Greci l’avevano
usata in tal senso. I cosiddetti barbari, a quel tempo,
parlavano dialetti germanici ed erano, a cominciare da questa
caratteristica linguistica, elementi estranei alla romanità;
erano "non romani".
Si legge sui libri di storia di una
grande dinastia di re: i Merovingi. I Carolingi vi subentrarono
con maggior successo politico e lasciarono un segno ben più
profondo dei Merovingi nella storia. Una dinastia reale
soppiantava l'altra, la superava, otteneva, con Carlo Magno,
l'autorità e il titolo imperiali.
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I Franchi erano un popolo disgregato in
molte tribù prima che un capo, Clodoveo, riuscisse a far
riconoscere la propria autorità e ad unirle.
Clodoveo fu il primo re dei
Franchi (481-511) e, forte della nuova compattezza delle sue
schiere, sconfisse le tribù barbare di altra etnia, i Visigoti,
gli Alamanni, i Turingi e i Burgundi, facendosi largo nellla
Gallia. Sconfisse anche i Romani e trasformò Parigi nella
capitale del suo regno. Si convertì al cattolicesimo e,
esercitando con misura il proprio diritto di conquista, non
esautorò, come altri barbari avevano fatto, i possidenti locali
gallo-romani, confermandone i diritti di possesso terriero.
Clodoveo si accontentò di appropriarsi di estensioni minori,
che non giunsero ai due terzi richiesti da altri re barbari.
Dopo Clodoveo altri re merovingi, suoi successori, esercitarono
il proprio potere in maniera burrascosa e belligerante. La
guerra era una necessità e un passatempo per le schiere barbare
dei Franchi. I Merovingi furono però deboli nella continuità
del proprio progetto di dominio. Non si ricordano – per quanto
ci si debba confrontare anche con la frammentarietà delle fonti
storiche – sovrani di prima grandezza. Fino al secolo VII,
tuttavia, tennero stretto fra le mani il dominio sul fertile
regno che l’intraprendenza di Clodoveo aveva acquisito loro.
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L’ascesa
dei Carolingi cominciò con il colpo di mano di un maestro di
palazzo merovingio, carica di grande rilievo diplomatico e
burocratico. Nel 656, Grimoaldo, il figlio di Pipino il Vecchio,
avendo fatto adottare il proprio figlio dal re merovingio
Sigeberto, lo insediò sul trono. I due pagarono con la morte
questo gesto sconsiderato, che si doveva mostrare, tuttavia,
come il principio di una straordinaria ascesa. Migliore fortuna,
per quanto temporanea, ebbe il maestro di palazzo d’Austrasia,
Pipino II, che tentò la cristianizzazione delle terre
germaniche a confine della marca di sua pertinenza, la Neustria,
sulla quale aveva rinsaldato il proprio dominio. Carlo martello,
con cui comincia veramente la fortuna dei Carolingi, era un
figlio naturale di Pipino II. Vinse gli Arabi a Poitiers, vinse
i barbari germani e si alleò con i Longobardi. Suo figlio,
Pipino il Breve, fu riconosciuto da Liutprando, re longobardo,
come pari (la cerimonia, di stampo germanico, prevedeva che
Liutprando diventasse padrino d’armi del giovane). In quanto a
dignità, a quel punto, Pipino il Breve poteva rivaleggiare con
i re merovingi e i loro rampolli. |
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Occorreva, però, un altro
passo: una legittimazione che, come Pipino il Breve comprese
perfettamente, poteva venire al suo potere dalla Chiesa. Pipino
il Breve fece riconoscere al papa che il titolo regio spettava
soltanto a chi realmente avesse amministrato e tenuto il potere
regio. Inoltre, si fece eleggere dall’assemblea dei Grandi e
ricevette l’unzione di san Bonifacio, alla presenza dei
vescovi franchi. Nel 754 si inginocchiò davanti al papa, per
riconoscerne compiutamente la sudditanza e l’autorità. Il
papa, in cambio del suo gesto di sottomissione, lo unse re a sua
volta e gli conferì il titolo di patrizio dei Romani. Carlo
Magno, su questa base, già molto solida, avrebbe compiuto un
altro passo decisivo, soddisfacendo il volere di tutti quei
sudditi che non si rassegnavano a lasciar svanire il fantasma
imperiale. Sarebbe stato consacrato imperatore. Essere
imperatore era molto diverso che essere re; occorreva che gli
altri re ne riconoscessero l’autorità e la superiorità; che
l’imperatore di Bisanzio, il solo in cui resistesse e si
perpetuasse, per quanto cambiata di forma, la tradizione
imperiale romana, accettasse di considerare il nuovo imperatore
di Occidente come un suo pari. [continua in una prossima
edizione]
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