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Tra Merovingi e Carolingi...
13.07.02

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Interno della chiesa millenaria di S. Maria in valle Christi, presso Rapallo (Ge)

Vestigia di presenze cistercensi

Barbari lo erano entrambi. I Merovingi e i Carolingi. Era quello il tempo in cui essere barbari significava innanzi tutto parlare una lingua incomprensibile – evidentemente era una parola che nasceva dall’interno della romanità e che si volgeva all’esterno, indicando quanto fosse minaccioso ed estraneo. Già i Greci l’avevano usata in tal senso. I cosiddetti barbari, a quel tempo, parlavano dialetti germanici ed erano, a cominciare da questa caratteristica linguistica, elementi estranei alla romanità; erano "non romani".

Si legge sui libri di storia di una grande dinastia di re: i Merovingi. I Carolingi vi subentrarono con maggior successo politico e lasciarono un segno ben più profondo dei Merovingi nella storia. Una dinastia reale soppiantava l'altra, la superava, otteneva, con Carlo Magno, l'autorità e il titolo imperiali.

I Franchi erano un popolo disgregato in molte tribù prima che un capo, Clodoveo, riuscisse a far riconoscere la propria autorità e ad unirle.

Clodoveo fu il primo re dei Franchi (481-511) e, forte della nuova compattezza delle sue schiere, sconfisse le tribù barbare di altra etnia, i Visigoti, gli Alamanni, i Turingi e i Burgundi, facendosi largo nellla Gallia. Sconfisse anche i Romani e trasformò Parigi nella capitale del suo regno. Si convertì al cattolicesimo e, esercitando con misura il proprio diritto di conquista, non esautorò, come altri barbari avevano fatto, i possidenti locali gallo-romani, confermandone i diritti di possesso terriero. Clodoveo si accontentò di appropriarsi di estensioni minori, che non giunsero ai due terzi richiesti da altri re barbari. Dopo Clodoveo altri re merovingi, suoi successori, esercitarono il proprio potere in maniera burrascosa e belligerante. La guerra era una necessità e un passatempo per le schiere barbare dei Franchi. I Merovingi furono però deboli nella continuità del proprio progetto di dominio. Non si ricordano – per quanto ci si debba confrontare anche con la frammentarietà delle fonti storiche – sovrani di prima grandezza. Fino al secolo VII, tuttavia, tennero stretto fra le mani il dominio sul fertile regno che l’intraprendenza di Clodoveo aveva acquisito loro.


L’ascesa dei Carolingi cominciò con il colpo di mano di un maestro di palazzo merovingio, carica di grande rilievo diplomatico e burocratico. Nel 656, Grimoaldo, il figlio di Pipino il Vecchio, avendo fatto adottare il proprio figlio dal re merovingio Sigeberto, lo insediò sul trono. I due pagarono con la morte questo gesto sconsiderato, che si doveva mostrare, tuttavia, come il principio di una straordinaria ascesa. Migliore fortuna, per quanto temporanea, ebbe il maestro di palazzo d’Austrasia, Pipino II, che tentò la cristianizzazione delle terre germaniche a confine della marca di sua pertinenza, la Neustria, sulla quale aveva rinsaldato il proprio dominio. Carlo martello, con cui comincia veramente la fortuna dei Carolingi, era un figlio naturale di Pipino II. Vinse gli Arabi a Poitiers, vinse i barbari germani e si alleò con i Longobardi. Suo figlio, Pipino il Breve, fu riconosciuto da Liutprando, re longobardo, come pari (la cerimonia, di stampo germanico, prevedeva che Liutprando diventasse padrino d’armi del giovane). In quanto a dignità, a quel punto, Pipino il Breve poteva rivaleggiare con i re merovingi e i loro rampolli.

 

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Occorreva, però, un altro passo: una legittimazione che, come Pipino il Breve comprese perfettamente, poteva venire al suo potere dalla Chiesa. Pipino il Breve fece riconoscere al papa che il titolo regio spettava soltanto a chi realmente avesse amministrato e tenuto il potere regio. Inoltre, si fece eleggere dall’assemblea dei Grandi e ricevette l’unzione di san Bonifacio, alla presenza dei vescovi franchi. Nel 754 si inginocchiò davanti al papa, per riconoscerne compiutamente la sudditanza e l’autorità. Il papa, in cambio del suo gesto di sottomissione, lo unse re a sua volta e gli conferì il titolo di patrizio dei Romani. Carlo Magno, su questa base, già molto solida, avrebbe compiuto un altro passo decisivo, soddisfacendo il volere di tutti quei sudditi che non si rassegnavano a lasciar svanire il fantasma imperiale. Sarebbe stato consacrato imperatore. Essere imperatore era molto diverso che essere re; occorreva che gli altri re ne riconoscessero l’autorità e la superiorità; che l’imperatore di Bisanzio, il solo in cui resistesse e si perpetuasse, per quanto cambiata di forma, la tradizione imperiale romana, accettasse di considerare il nuovo imperatore di Occidente come un suo pari. [continua in una prossima edizione] 

 

 

 

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