Niccolò e
Matteo Polo nei pressi di Costantinopoli
(Livre des
merveilles, Parigi)
Il
problema storico del Medioevo merita di essere trattato nella dovuta
maniera. Occorrono, dunque, alcune premesse metodologiche, alcune
delle quali certamente in contrasto con l’approccio manualistico,
tipico della scuola. Un grande storico, Roberto S. Lopez, professore
alla Yale University, ad Harvard, al Collège de France e all’Università
di Tel Aviv, autore di un celebre libro sulla nascita dell’Europa,
ha messo in luce quanto il termine stesso "medioevo"
risenta di un’insensatezza di fondo. Medioevo è una definizione
data a posteriori, ma, a differenza per esempio di quanto accadde
con il Rinascimento (definizione "interna" al periodo che
definisce, come ha dimostrato molto opportunamente Ferguson), non
condivisa dagli uomini del Medioevo. Per chi visse in quei secoli la
storia aveva un’altra chiave di lettura. C’era stato l’Impero
romano, che non si era mai dissolto del tutto, era franato e si era
ricomposto, si era trasformato da entità politica in entità
religiosa, era, insomma sopravvissuto in quanto idea e concetto
unificante; c’era la Redenzione, che aveva segnato il vero punto
di svolta dell’umanità e il principio di un’epoca nuova. Per i
medievali il Medioevo era quest’epoca nuova, era l’epoca
moderna.
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Per ora, dal momento che il percorso che ci
proponiamo di compiere su queste pagine sarà graduale, affrontato
per piccoli passi, due o tre idee soltanto verranno proposte al
lettore. Lopez afferma che il Medioevo ci ha abituato a guardare all’Europa.
Prima, diciamo nei secoli dell’Impero romano, un abitante della
Penisola avrebbe tagliato attorno a sé presunti confini della
civiltà a partire dal bacino del Mediterraneo per portarsi verso
nord con la Francia e l’Inghilterra, toccando una porzione
limitata dell’attuale Germania, per poi ridiscendere verso la
Grecia e il Mediterraneo orientale. Questa visione di un polo della
civiltà e di un "territorio" appartenente a una civiltà
uniforme, in cui essa si irradia quasi egualmente, più che un fatto
militare e politico (non poteva esserlo dopo la caduta di Roma), fu
un fatto culturale. Un fatto – come scrive ancora Lopez –
"dello spirito". L’Europa nasce da quel fatto
"dello spirito".
Altri due aspetti meritano di
essere rapidamente passati in rassegna. Per un cittadino del IV
secolo, diciamo un romano che avesse dietro di sé un periodo di
crisi felicemente superato e la recente conversione dell’Impero
al Cristianesimo, l’Impero era una sorta di catenaccio, di
diga, opposta alla fierezza barbarica che premeva da nord.
Questo era l’Impero, oppure come scriveva l’oscuro scrittore
che Lopez cita al principio del suo straordinario libro, una
muraglia capace di trattenere "dappertutto la rabbia delle
nazioni che urlano intorno ad essa", mentre la
"perfida barbarie" anelava d’ogni intorno alle
frontiere politiche e militari della grande comunità
greco-romana che costituiva l’Impero romano e cristiano.
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Miniatura
medievale raffigurante Abelardo ed Eloisa
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C’era
una continuità di stati civili, che correvano dal Mediterraneo
fino al Mare della Cina. L’impero romano, innanzi tutto, poi l’Impero
Persiano, raffinato, ma meno organizzato, meno civile, da sempre
opposto ai Romani. Quindi, più ad est, fino a che il continente
asiatico si gettava in mare, l’Impero cinese. Tutti e tre
questi grandi stati, stabili all’interno, ognuno in maniera
diversa, si dovevano proteggere dalle popolazioni
"esterne", dai barbari che premevano per distruggerli.
Era una scelta di fondo: quella tra la civiltà della vita
organizzata e il nomadismo dei deserti, delle steppe, delle
foreste dell’est europeo.
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L’Impero romano si
trasformo continuamente, ma non cadde per un periodo estremamente
lungo, nonostante gli urti esterni e le trasformazioni interne.
Nonostante la diversità dei popoli che comprendeva ed assoggettava.
Questa resistenza si spiegava soprattutto a partire dalla sua
flessibilità, dal fatto che l’autorità fosse indicata come
proveniente dal popolo, quali che fossero le formule del
trasferimento del potere da un imperatore all’altro. L’Impero
romano ebbe la capacità di intuire l’importanza di presentarsi ai
suoi sudditi, per illimitata che fosse l’autorità dell’imperatore
e paragonabile al culto di una divinità il rispetto che gli si
doveva, almeno fino all’avvento del Cristianesimo, sempre e
soltanto come una respublica: cosa comune, patrimonio collettivo,
dominio dei cittadini. Era ancora una volta un’idea, ma è
superfluo far notare quanto importante, quanto forte. Ben diverso
sarebbe stato che l’Impero fosse presentato come patrimonio
personale dell’Imperatore [continua...].
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