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Il Medioevo, ovvero l'epoca moderna 
26.06.02

(Le "pillole" di storia: perché? )

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Niccolò e Matteo Polo nei pressi di Costantinopoli 
(Livre des merveilles, Parigi)
Il problema storico del Medioevo merita di essere trattato nella dovuta maniera. Occorrono, dunque, alcune premesse metodologiche, alcune delle quali certamente in contrasto con l’approccio manualistico, tipico della scuola. Un grande storico, Roberto S. Lopez, professore alla Yale University, ad Harvard, al Collège de France e all’Università di Tel Aviv, autore di un celebre libro sulla nascita dell’Europa, ha messo in luce quanto il termine stesso "medioevo" risenta di un’insensatezza di fondo. Medioevo è una definizione data a posteriori, ma, a differenza per esempio di quanto accadde con il Rinascimento (definizione "interna" al periodo che definisce, come ha dimostrato molto opportunamente Ferguson), non condivisa dagli uomini del Medioevo. Per chi visse in quei secoli la storia aveva un’altra chiave di lettura. C’era stato l’Impero romano, che non si era mai dissolto del tutto, era franato e si era ricomposto, si era trasformato da entità politica in entità religiosa, era, insomma sopravvissuto in quanto idea e concetto unificante; c’era la Redenzione, che aveva segnato il vero punto di svolta dell’umanità e il principio di un’epoca nuova. Per i medievali il Medioevo era quest’epoca nuova, era l’epoca moderna.  

Sul tema:

Lo spirito delle Crociate
 

Il Medioevo: i caratteri originali

 

Mille e non più mille: le città, cuore pulsante dell'economia e della cultura

 

Tra Merovingi e Carolingi

 

Luigi IX, il re santo

 

Aspetti socioeconomici della società medievale

 

L'impero dopo Carlo Magno

 

Avignone, la seconda Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Per ora, dal momento che il percorso che ci proponiamo di compiere su queste pagine sarà graduale, affrontato per piccoli passi, due o tre idee soltanto verranno proposte al lettore. Lopez afferma che il Medioevo ci ha abituato a guardare all’Europa. Prima, diciamo nei secoli dell’Impero romano, un abitante della Penisola avrebbe tagliato attorno a sé presunti confini della civiltà a partire dal bacino del Mediterraneo per portarsi verso nord con la Francia e l’Inghilterra, toccando una porzione limitata dell’attuale Germania, per poi ridiscendere verso la Grecia e il Mediterraneo orientale. Questa visione di un polo della civiltà e di un "territorio" appartenente a una civiltà uniforme, in cui essa si irradia quasi egualmente, più che un fatto militare e politico (non poteva esserlo dopo la caduta di Roma), fu un fatto culturale. Un fatto – come scrive ancora Lopez – "dello spirito". L’Europa nasce da quel fatto "dello spirito".

Altri due aspetti meritano di essere rapidamente passati in rassegna. Per un cittadino del IV secolo, diciamo un romano che avesse dietro di sé un periodo di crisi felicemente superato e la recente conversione dell’Impero al Cristianesimo, l’Impero era una sorta di catenaccio, di diga, opposta alla fierezza barbarica che premeva da nord. Questo era l’Impero, oppure come scriveva l’oscuro scrittore che Lopez cita al principio del suo straordinario libro, una muraglia capace di trattenere "dappertutto la rabbia delle nazioni che urlano intorno ad essa", mentre la "perfida barbarie" anelava d’ogni intorno alle frontiere politiche e militari della grande comunità greco-romana che costituiva l’Impero romano e cristiano. 

Miniatura medievale raffigurante Abelardo ed Eloisa

 

C’era una continuità di stati civili, che correvano dal Mediterraneo fino al Mare della Cina. L’impero romano, innanzi tutto, poi l’Impero Persiano, raffinato, ma meno organizzato, meno civile, da sempre opposto ai Romani. Quindi, più ad est, fino a che il continente asiatico si gettava in mare, l’Impero cinese. Tutti e tre questi grandi stati, stabili all’interno, ognuno in maniera diversa, si dovevano proteggere dalle popolazioni "esterne", dai barbari che premevano per distruggerli. Era una scelta di fondo: quella tra la civiltà della vita organizzata e il nomadismo dei deserti, delle steppe, delle foreste dell’est europeo.


L’Impero romano si trasformo continuamente, ma non cadde per un periodo estremamente lungo, nonostante gli urti esterni e le trasformazioni interne. Nonostante la diversità dei popoli che comprendeva ed assoggettava. Questa resistenza si spiegava soprattutto a partire dalla sua flessibilità, dal fatto che l’autorità fosse indicata come proveniente dal popolo, quali che fossero le formule del trasferimento del potere da un imperatore all’altro. L’Impero romano ebbe la capacità di intuire l’importanza di presentarsi ai suoi sudditi, per illimitata che fosse l’autorità dell’imperatore e paragonabile al culto di una divinità il rispetto che gli si doveva, almeno fino all’avvento del Cristianesimo, sempre e soltanto come una respublica: cosa comune, patrimonio collettivo, dominio dei cittadini. Era ancora una volta un’idea, ma è superfluo far notare quanto importante, quanto forte. Ben diverso sarebbe stato che l’Impero fosse presentato come patrimonio personale dell’Imperatore [continua...].

 

(26.6.02)

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08.07.02

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