|
|
|
La città di
Famagosta, colonia genovese
in
un'antica stampa
|
A
quasi due secolo dalla data della sua pubblicazione, la Storia
delle Crociate di Joseph-François Michaud conserva intatto
il suo fascino narrativo. Ben descritti, nei due volumi che
compongono la notevole opera, sono gli episodi salienti delle
Crociate, i periodi, le situazioni ambientali e sociali, i fatti
che vennero ad innescarsi. L’opera non comincia con il
momento in cui la prima crociata fu bandita, nel 1095.
Michaud sceglie di cominciare con le ragioni che condussero l’Occidente
a muovere guerra all’Oriente, quindi con le motivazioni
profonde della crociata. Comincia, dunque, approssimativamente
dalla cristianizzazione dell’Impero Romano. C’è infatti,
c’era, infatti, uno "spirito" che condusse alle
Crociate e, senza comprenderlo, sfuggirebbero le motivazioni
di un fenomeno che arrivò a sgretolare alcune strutture
portanti della società occidentale e a fornire basi per una sua
ricostituzione – qualche volta su basi così diverse e tanto
solidamente attestate, che non sarebbero state scardinate più
nei secoli a venire.
|
|
|
|
Già al tempo dell’imperatore
Costantino, scrive Michaud, era invalso l’uso di recarsi in
pellegrinaggio in Terra Santa. I pellegrini si recavano al
calvario, visitavano i luoghi della predicazione di Gesù,
rinnovavano il battesimo nelle acque del Giordano. Una chiesa,
dedicata alla Risurrezione, era stata edificata nel luogo in
cui, secondo la tradizione, era stato deposto il corpo di Gesù
Cristo. I luoghi orientali conservavano un fascino
particolarissimo sulle coscienze di tutto l’Occidente
cristiano e le carovane di pellegrini continuarono a percorrere
le aree semidesertiche del nord-Africa anche quando, al
principio del V secolo, Genserico conquistò le città di quelle
aree e si impadronì di Cartagine. Belisario riconquistò l’Africa
e, anche in questa circostanza, intatto rimase il flusso di
pellegrini. A loro era riconosciuto uno statuto di assoluta
intoccabilità, un rispetto che sfiorava la devozione. Portavano
con sé soltanto il bastone che ne contrassegnava lo stato –
il bordone – e la bisaccia. Erano accolti e sfamati da tutti
in cambio di preghiere. Accogliere i pellegrini era un preciso
dovere, dovunque ugualmente rispettato. Tale situazione non fu sovvertita nemmeno
quando i luoghi santi caddero in mano araba. Secondo i Mussulmani
Gerusalemme era città santa per via del soggiorno che vi aveva fatto
Maometto: Da Gerusalemme era partito per salire al cielo nel suo viaggio
notturno. |
Il califfo Omar concesse ai cristiani, dopo la presa della
città, l’esercizio del loro culto. Era un capo moderato, che fece
erigere qualche moschea, ma non cadde nell’errore delle persecuzioni.
Ben peggiore sorte ebbero i cristiani sotto i suoi seguaci, finché, un po’
per tolleranza, un po’ per ricevere i sostanziosi oboli che i pellegrini
cristiani erano chiamati a versare per ottenere il permesso di visitare i
luoghi santi, si stabilì un nuovo corso di consuetudine e di tolleranza
verso i viaggi dei fedeli e i califfi fatimiti, estendendo i propri domini
a partire dalle rive del Nilo, trattarono i cristiani cole alleati,
favorendone i commerci, da cui speravano di accrescere consistentemente le
proprie ricchezze. Vi furono alti e bassi. Gli umori, le disposizioni d’animo
dei diversi califfi influirono pesantemente sulle momentanee condizioni di
tolleranza verso il culto cristiano dei luoghi santi. Hakim, terzo dei
califfi fatimiti, fu, ad esempio, un fanatico, che perseguitò il
Cristianesimo, vietò qualunque cerimonia religiosa estranea all’Islam,
trasformò la maggior parte delle chiese in stalle e in luoghi di ricovero
per gli eserciti, distrusse la chiesa del Santo Sepolcro, risotruita sotto
il figlio di Hakim, Dahero. |

Scena
di battaglia (G. Doré) |
Intorno al Mille era
consueto invitare i grandi peccatori a lunghi pellegrinaggi, e il
più efficace per ottenere la remissione dei peccati continuava ad
essere ritenuto quello in Terra Santa. Da un viaggio in Terra Santa
si poteva tornare giustificati di ogni colpa commessa. Il pellegrino
veniva tenuto in grande stima e onore, anche se era stato, prima
della sua partenza, un noto peccatore e si era macchiato di gravi
colpe. Da quegli anni le processioni dei pellegrini divennero tanto
ampie e numerose da suscitare qualche preoccupazione negli arabi,
che continuavano a tollerarle. Erano invasioni pacifiche, ma
travolgenti. Nel 1054 Lietberto, vescovo di Cambrai, partì per la
Terra Santa con tremila pellegrini. Le difficoltà incontrate lungo
il viaggio furono enormi e i tremila tornarono decimati dai
briganti, dagli stenti patiti nel deserto, da una tempesta, senza
aver potuto raggiungere Gerusalemme. Settemila pellegrini cristiani
ripeterono quel tentativo circa dieci anni dopo, guidati dall’arcivescovo
di Magonza e dai vescovi di Ratisbona, di Bramberga e di Utrecht.
Giunsero a Bisanzio, quindi passarono per l’Asia Minore e la
Siria, seguendo un percorso terrestre, da nord. Nei pressi di
Gerusalemme furono attaccati dai beduini del deserto e soccorsi dall’emiro
di Ramla, che li scortò fino a Gerusalemme, dove furono accolti
trionfalmente dal patriarca della città. Anch’essi, tuttavia,
tornarono in Europa pesantemente decimati dagli stenti e dalle spade
beduine.
|
|

La
battaglia di Antiochia
in un'incisione di G. Doré
|
L’Occidente cominciò così a prendere
coscienza dei pericoli dell’Oriente. I Turchi, popoli che vivevano oltre
le steppe persiane, nell’est dell’Asia, si erano mossi verso Occidente
e avevano abbracciato la fede mussulmana. Alle minacce già esistenti
altre se ne erano aggiunte e parve necessario combatterle. Vittore III fu
il primo papa a predicare la necessità per l’Occidente di far guerra ai
Mussulmani. Genovesi e Pisani risposero alla chiamata alle armi, si
dimostrarono abilissimi guerrieri, sbaragliando eserciti anche di
centomila uomini (come raccontano le cronache, sebbene di parte) e
portando in patria bottini cospicui e il risultato del vassallaggio
perpetuo alla Santa Sede del re della Mauritania, obbligato al pagamento
di un tributo. Vittore III non fu tuttavia autore di una vera e propria
crociata. Morì prima. Lo fu un suo successore, Urbano III, godendo dell’appoggio
di Pietro l’Eremita, il vero banditore della crociata contro gli
infedeli, che percorse l’Europa intera, a dorso della propria mula,
vestito in abito di pellegrino, risvegliando dovunque le coscienze del
popolo e dei potenti alla necessità di impugnare le armi contro un nemico
di cui la maggior parte degli Europei ignorava addirittura l’esistenza.
Quello che accadde fu un fenomeno a catena. Un irrazionale fenomeno di
corsa alle armi, di contagio degli entusiasmi. Il papa intervenne ancora,
personalmente, dapprima a Piacenza, dove, in un concilio straordinario,
ribadì la necessità di combattere il nemico che infestava i luoghi
santi, poi, conosciuta la tepidità degli Italiani, a Clermont, in
Francia, con ben altro successo. Era il 1095. Si promise la remissione dei
peccati ai guerrieri di Cristo e si stabilì che la partenza per la guerra
santa sarebbe dovuta avvenire l’anno seguente. [S.T.] |
|
Torna
all'archivio
|