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Che cosa alimentava lo spirito delle Crociate?
11.06.02

(Le "pillole" di storia: perché? )

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La città di Famagosta, colonia genovese

in un'antica stampa

A quasi due secolo dalla data della sua pubblicazione, la Storia delle Crociate di Joseph-François Michaud conserva intatto il suo fascino narrativo. Ben descritti, nei due volumi che compongono la notevole opera, sono gli episodi salienti delle Crociate, i periodi, le situazioni ambientali e sociali, i fatti che vennero ad innescarsi. L’opera non comincia con il momento in cui la prima crociata fu bandita, nel 1095. Michaud sceglie di cominciare con le ragioni che condussero l’Occidente a muovere guerra all’Oriente, quindi con le motivazioni profonde della crociata. Comincia, dunque, approssimativamente dalla cristianizzazione dell’Impero Romano. C’è infatti, c’era, infatti, uno "spirito" che condusse alle Crociate e, senza comprenderlo, sfuggirebbero le motivazioni di un fenomeno che arrivò a sgretolare alcune strutture portanti della società occidentale e a fornire basi per una sua ricostituzione – qualche volta su basi così diverse e tanto solidamente attestate, che non sarebbero state scardinate più nei secoli a venire.  

Sul tema:

 

Il Medioevo: i caratteri originali

 

Il Medioevo, ovvero l'epoca moderna

 

Tra Merovingi e Carolingi

 

Luigi IX, il re santo

 

Aspetti socioeconomici della società medievale

 

L'impero dopo Carlo Magno

 

Avignone, la seconda Roma

 

Mille e non più mille: le città, cuore pulsante dell'economia e della cultura

Già al tempo dell’imperatore Costantino, scrive Michaud, era invalso l’uso di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa. I pellegrini si recavano al calvario, visitavano i luoghi della predicazione di Gesù, rinnovavano il battesimo nelle acque del Giordano. Una chiesa, dedicata alla Risurrezione, era stata edificata nel luogo in cui, secondo la tradizione, era stato deposto il corpo di Gesù Cristo. I luoghi orientali conservavano un fascino particolarissimo sulle coscienze di tutto l’Occidente cristiano e le carovane di pellegrini continuarono a percorrere le aree semidesertiche del nord-Africa anche quando, al principio del V secolo, Genserico conquistò le città di quelle aree e si impadronì di Cartagine. Belisario riconquistò l’Africa e, anche in questa circostanza, intatto rimase il flusso di pellegrini. A loro era riconosciuto uno statuto di assoluta intoccabilità, un rispetto che sfiorava la devozione. Portavano con sé soltanto il bastone che ne contrassegnava lo stato – il bordone – e la bisaccia. Erano accolti e sfamati da tutti in cambio di preghiere. Accogliere i pellegrini era un preciso dovere, dovunque ugualmente rispettato. Tale situazione non fu sovvertita nemmeno quando i luoghi santi caddero in mano araba. Secondo i Mussulmani Gerusalemme era città santa per via del soggiorno che vi aveva fatto Maometto: Da Gerusalemme era partito per salire al cielo nel suo viaggio notturno. 


Il califfo Omar concesse ai cristiani, dopo la presa della città, l’esercizio del loro culto. Era un capo moderato, che fece erigere qualche moschea, ma non cadde nell’errore delle persecuzioni. Ben peggiore sorte ebbero i cristiani sotto i suoi seguaci, finché, un po’ per tolleranza, un po’ per ricevere i sostanziosi oboli che i pellegrini cristiani erano chiamati a versare per ottenere il permesso di visitare i luoghi santi, si stabilì un nuovo corso di consuetudine e di tolleranza verso i viaggi dei fedeli e i califfi fatimiti, estendendo i propri domini a partire dalle rive del Nilo, trattarono i cristiani cole alleati, favorendone i commerci, da cui speravano di accrescere consistentemente le proprie ricchezze. Vi furono alti e bassi. Gli umori, le disposizioni d’animo dei diversi califfi influirono pesantemente sulle momentanee condizioni di tolleranza verso il culto cristiano dei luoghi santi. Hakim, terzo dei califfi fatimiti, fu, ad esempio, un fanatico, che perseguitò il Cristianesimo, vietò qualunque cerimonia religiosa estranea all’Islam, trasformò la maggior parte delle chiese in stalle e in luoghi di ricovero per gli eserciti, distrusse la chiesa del Santo Sepolcro, risotruita sotto il figlio di Hakim, Dahero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena di battaglia (G. Doré)

 

Intorno al Mille era consueto invitare i grandi peccatori a lunghi pellegrinaggi, e il più efficace per ottenere la remissione dei peccati continuava ad essere ritenuto quello in Terra Santa. Da un viaggio in Terra Santa si poteva tornare giustificati di ogni colpa commessa. Il pellegrino veniva tenuto in grande stima e onore, anche se era stato, prima della sua partenza, un noto peccatore e si era macchiato di gravi colpe. Da quegli anni le processioni dei pellegrini divennero tanto ampie e numerose da suscitare qualche preoccupazione negli arabi, che continuavano a tollerarle. Erano invasioni pacifiche, ma travolgenti. Nel 1054 Lietberto, vescovo di Cambrai, partì per la Terra Santa con tremila pellegrini. Le difficoltà incontrate lungo il viaggio furono enormi e i tremila tornarono decimati dai briganti, dagli stenti patiti nel deserto, da una tempesta, senza aver potuto raggiungere Gerusalemme. Settemila pellegrini cristiani ripeterono quel tentativo circa dieci anni dopo, guidati dall’arcivescovo di Magonza e dai vescovi di Ratisbona, di Bramberga e di Utrecht. Giunsero a Bisanzio, quindi passarono per l’Asia Minore e la Siria, seguendo un percorso terrestre, da nord. Nei pressi di Gerusalemme furono attaccati dai beduini del deserto e soccorsi dall’emiro di Ramla, che li scortò fino a Gerusalemme, dove furono accolti trionfalmente dal patriarca della città. Anch’essi, tuttavia, tornarono in Europa pesantemente decimati dagli stenti e dalle spade beduine.

La battaglia di Antiochia
in un'incisione di G. Doré

 


L’Occidente cominciò così a prendere coscienza dei pericoli dell’Oriente. I Turchi, popoli che vivevano oltre le steppe persiane, nell’est dell’Asia, si erano mossi verso Occidente e avevano abbracciato la fede mussulmana. Alle minacce già esistenti altre se ne erano aggiunte e parve necessario combatterle. Vittore III fu il primo papa a predicare la necessità per l’Occidente di far guerra ai Mussulmani. Genovesi e Pisani risposero alla chiamata alle armi, si dimostrarono abilissimi guerrieri, sbaragliando eserciti anche di centomila uomini (come raccontano le cronache, sebbene di parte) e portando in patria bottini cospicui e il risultato del vassallaggio perpetuo alla Santa Sede del re della Mauritania, obbligato al pagamento di un tributo. Vittore III non fu tuttavia autore di una vera e propria crociata. Morì prima. Lo fu un suo successore, Urbano III, godendo dell’appoggio di Pietro l’Eremita, il vero banditore della crociata contro gli infedeli, che percorse l’Europa intera, a dorso della propria mula, vestito in abito di pellegrino, risvegliando dovunque le coscienze del popolo e dei potenti alla necessità di impugnare le armi contro un nemico di cui la maggior parte degli Europei ignorava addirittura l’esistenza. Quello che accadde fu un fenomeno a catena. Un irrazionale fenomeno di corsa alle armi, di contagio degli entusiasmi. Il papa intervenne ancora, personalmente, dapprima a Piacenza, dove, in un concilio straordinario, ribadì la necessità di combattere il nemico che infestava i luoghi santi, poi, conosciuta la tepidità degli Italiani, a Clermont, in Francia, con ben altro successo. Era il 1095. Si promise la remissione dei peccati ai guerrieri di Cristo e si stabilì che la partenza per la guerra santa sarebbe dovuta avvenire l’anno seguente. [S.T.]

 

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24.6.02

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